Maxi-processo per l’amianto, chieste condanne per 70 anni

QUESTO IL NOSTRO VOLANTINO

 

da Il Piccolo del 13 marzo 2013

Pagina 57 – Gorizia-Monfalcone

Atto d’accusa dei pm: un’intera famiglia uccisa dall’amianto

Anche due donne tra le 85 vittime, per essere state a contatto con le tute dei mariti. Tra le carte pure raccomandazioni

MAXI-PROCESSO»DA OGGI GLI INTERVENTI DELLE PARTI CIVILI

Tra gli 85 morti per esposizione all’amianto, i cui nomi sono stati snocciolati l’altra sera con quella fredda burocrazia tipica delle aule giudiziarie, c’è anche la storia di una donna che, forse, non aveva mai messo piede all’interno dello stabilimento navale eppure nei suoi polmoni sono state trovate le fibre di amianto provenienti proprio dal cantiere monfalconese. Si chiamava Silvana Giuriato – e Silvana era pure il nome della donna di cui abbiamo scritto ieri ammalatasi mentre lavorava nella mensa di Panzano – ed è morta di mesetelioma a pochi mesi di distanza dal marito, pure lui, operaio dell’Italcantieri, deceduto per lo stesso male. Ed è lavando le tute del marito che la Giuriato ha aspirato la polvere killer fino a provocarle il tumore. Sorte che è capitata a molte mogli di cantierini, morte nel silenzio o negli anni in cui non era scoppiato lo scandalo amianto. D’altra parte già nel processo celebratosi alcuni anni fa a Marghera, sempre nei confronti di dirigenti della Fincantieri, era stato accertato che tre mogli di operai erano morte di asbestosi lavando i capi di vestiario che i mariti usavano in cantiere. Morti che si potevano evitare se i vertici dell’Italcantieri non avessero sottovalutato il rischio amianto: lo hanno ripetuto più volte i due pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, che hanno condotto le indagini su questo primo maxi-processo. La loro requisitoria è stato un vero e proprio j’accuse contro chi aveva il potere in Italcantieri e ha manifestato un assoluto disinteresse al problema e si è rifiutato di predisporre quegli accertamenti per verificare l’inquinamento ambientale e la presenza di malattie professionali pur sapendo dei rischi che comportava l’utilizzo dell’amianto. E nel ricordare i vari incarichi al vertice detenuti da Enrico Bocchini, il pm Leghissa ha ricordato il suo nepotismo. Ha citato uno scambio epistolare con l’allora ministro Calogero Mannino che sollecitava la promozione a vicedirettore dell’ingegnere navale Roberto Picci, pure imputato in questo processo sebbene per lui sia stata richiesta l’assoluzione perchè ha ricoperto l’incarico dirigenziale per breve tempo. Leghissa ha messo le mani nelle due lettere di Mannino, che nessuno ha pensato bene di farle sparire e rimaste così fra le migliaia di carte sequestrate dalla Procura nelle sedi di Fincantieri. Oggi il processo prosegue con i primi interventi degli avvocati delle parti civili, che occuperanno anche l’udienza del 19 marzo. Sono meno di dieci le parti offese rimaste ancora nel processo perchè per moltre altre è stato trovato un accordo extragiudiziale con Fincantieri. Restano le parti civili istituzionali: Comune di Monfalcone, Provincia, Regione, Inail, Fiom Cgil e Associazione esposti.

 

ROMANA BLASOTTI

Solidarietà e un aiuto da Casale Monferrato

Per Romana Blasotti Pavesi, la “pasionaria” di Casale Monferrato che ha sconfitto in primo grado i giganti dell’Eternit, anche a Monfalcone «la giustizia deve mettere un punto fermo» sulla questione amianto. «Noi siamo stati prima di tutto seguiti dalla Cgil, che ha fatto venire allo scoperto le morti di tutte queste persone, in numero sicuramente inferiore a quelle avute invece nella vostra città – racconta – e poi ci hanno aiutato medici, giornalisti, scrittori, i quali hanno fatto sì che si riuscisse ad arrivare al primo maxi-processo, l’unico per fattispecie in Europa. La solidarietà di tutti – rimarca Romana Blasotti – è un fattore molto importante, come seguire le udienze, partecipare ai dibattimenti. Noi attualmente siamo alle prese con l’appello e il secondo processo dovrebbe concludersi a maggio. I nostri difensori sono bravissimi e bravissimo è stato il dottor Guariniello che ha ottenuto la prima condanna, ma anche gli avvocati dall’altra parte sono degli ossi duri: si attaccano a tutto pur di rimettere in discussione il primo giudizio o disfare il nostro gruppo, sempre molto unito e rumoroso». Ci sono pullman di studenti che da Casale partono alla volta del tribunale, per seguire le fasi processuali. Insomma, è importante non mollare mai e credere fino in fondo nella giustizia. Romana Blasotti Pavesi conosce bene l’Isontino. Partita nel ’47, a 18 anni, da Salona d’Isonzo (oggi Anhovo) per trasferirsi con la famiglia a Casale, diventò negli anni seguenti il simbolo della lotta contro la multinazionale Eternit. Domani è prevista un’altra udienza in appello e Romana Blasotti ci sarà, in prima fila. «Lo faccio per il dottor Guariniello», dice prima di mettere giù la cornetta del telefono.(ti.ca.)

 

Le vedove: «Primo passo verso la giustizia»

Parlano Rita Nardi, la prima a iniziare la “battaglia”, e Nevia Pacco il cui marito è deceduto a 58 anni

«Io ero una donna felice, mi hanno tolto tutto. Quando iniziai questa battaglia, tanti anni fa, lo feci esclusivamente per difendere mio marito, per evitare che morisse nel silenzio in cui sono morti gli altri. Perciò la notizia della richiesta di condanna per i vertici dell’allora Italcantieri non mi rende né triste, né contenta: mio marito non me lo restituirà mai nessuno. Ma di una cosa sono felice, di aver fatto venire tutto questo a galla». Al telefono le si spezza la voce. Ogni volta che la vedova Rita Nardi, la prima a denunciare che a Monfalcone si moriva così, “per un toco de pan”, lavorando in cantiere, pensa a suo marito Gualtiero viene sopraffatta dall’emozione, anche se sono passati 14 anni dalla sua scomparsa. Il dolore è sempre lì, immutato. Come il ricordo di un calvario, quello della malattia – il mesotelioma – durato 4 estenuanti anni. «La mia sola speranza – spiega Rita Nardi, una vita spesa in prima linea con gli esposti all’amianto – è che queste persone ora sotto processo vivano almeno un po’ di anni nel rimorso». Gualtiero si ammalò nel 1994, cinque giorni dopo essere entrato in pensione. Morì una vigilia di Natale, all’età di 52 anni. «Per quel che riguarda me – conclude la vedova -, potrebbero pure prendere le chiavi e buttarle via, ma sono ben consapevole del fatto che anche nel caso in cui vi fosse effettivamente una condanna le pene richieste potrebbero essere ulteriormente ridotte». A differenza di Gualtiero Nardi, il sancanzianese Lino Buzzi non fece in tempo ad andare in pensione: morì quattro giorni prima, a 58 anni, 36 dei quali spesi allo stabilimento di Panzano. «Non ci può essere perdono senza giustizia», ripete oggi come un mantra sua moglie Nevia Pacco, rimasta troppo presto vedova. «Dal mio punto di vista – dice – sono già contenta che siamo arrivati fin qui, perché anni fa non l’avremmo mai detto. E da credente, credo che il Signore ci abbia assistito. È venuto il momento che queste persone si prendano le proprie responsabilità, poiché avrebbero potuto fare qualcosa per queste 85 persone e non l’hanno fatto». «La questione morale – sottolinea – supera quella materiale: tutte queste morti devono avere una loro dignità. Se le pene richieste siano adeguate non lo so, poiché non ho strumenti per giudicare, però mi fido della magistratura e spero agisca nel miglior modo». I vertici dell’azienda, secondo la vedova, «avevano la responsabilità di decidere il destino di questi papà e fratelli, che sono invece morti nel silenzio delle loro famiglie». «Una cosa – conclude Nevia Pacco – mi ha lasciato però degli interrogativi: ho scorto tra gli assolti, dei nomi che mi sono risultati familiari, perché ne parlava mio marito, e ciò ha suscitato in me, lo voglio dire, delle perplessità».

 

LO STORICO PALADINO DELLA LOTTA ALL’ASBESTO

Bianchi: «Non si può dire che non si conosceva il rischio»

«Non è possibile sostenere che non si sapeva della pericolosità dell’amianto, è dall’inizio del secolo che ci sono leggi che invitano alla cautela, poi si è scoperto che l’esposizione provocava il mesotelioma. I dirigenti dell’Italcantieri dovevano saperlo, è indiscutibile, gli operai invece erano all’oscuro. ma questo è colpa anche del fatto che in Italia non esiste la cultura della prevenzione e sul lavoro si sottovalutano i rischi». È un giudizio severo quello di Claudio Bianchi, medico, figura storica, come esperto e ricercatore, della battaglia contro l’amianto, già anatomo patologo ed ora presidente della Lega tumori di Monfalcone. Le sue parole, il giorno dopo le richieste di condanna avanzate dai pm per i dirigenti di Italcantieri pesano come macigni. «Ancora oggi c’è qualcuno che si domanda come mai sia potuto succedere – aggiunge Bianchi – ma in molti dimenticano che l’allarme sul rischio di cancro da esposizione di amianto era stato lanciato già negli anni ’70 in altri Paesi, ma in Italia ce ne siamo accorti solo nell’86 quando c’è stata la pronuncia dell’allora ministro della Sanità. Troppo forti gli interessi economici. Noi ci stupiamo dell’amianto ma oggi ci sono tutta una serie di agenti cancerogeni in giro e nessuno dice nulla. I telefoni cellulari ad esempio». Rischi sull’amianto che per primo Bianchi aveva paventato «Ma c’erano analisi balorde e gli ispettori e gli organismi di controllo avevano gli occhi chiusi. La responsabilità è molto diffusa. Avevo chiesto agli ispettori come mai non facessero un controllo in cantiere, mi avevano risposto che non potevano metterci piede per divieto dell’azienda». (g.g.)

 

da Il Piccolo del 12 marzo 2013

Pagina 1 – Gorizia-Monfalcone

«Amianto, condannate i vertici»

Gli 85 morti dell’Italcantieri: a Gorizia i pm chiedono pene severe

Sono solo i vertici dell’ex Italcantieri i responsabili dei decessi degli 85 lavoratori avvenuti tra gli anni ’60 e ’80 e causati dall’esposizione all’amianto. È questa la conclusione a cui sono giunti i pm.

Pagina 23 – Gorizia-Monfalcone

I pm: «Colpevoli solo i vertici Italcantieri»

Tredici richieste di condanna per complessivi 70 anni: 9 anni e 6 mesi per Vittorio Fanfani e Manlio Lippi, 5 anni e 4 mesi per Corrado Antonini

AMIANTO»IL MAXI-PROCESSO IN TRIBUNALE A GORIZIA

Sono stati dei padri padroni Conoscevano il pericolo e hanno tenuto all’oscuro i lavoratori

 

Sono solo i vertici dell’ex Italcantieri i responsabili dei decessi degli 85 lavoratori avvenuti tra gli anni Sessanta e Ottanta e causati dall’esposizione all’amianto mentre costruivano le navi nello stabilimento di Panzano. Conoscevano fin dagli anni Sessanta la pericolosità dell’amianto e nulla hanno fatto per impedire che venisse utilizzato e neppure hanno informato i lavoratori sulla pericolosità per la loro salute. È questa la conclusione a cui sono giunti i pubblici ministeri Luigi Leghissa e Valentina Bossi al termine di una lunga e puntuale requisitoria che ha impegnato sei udienze del maxi processo che si celebra al tribunale di Gorizia. Tredici le condanne richieste per complessivi 70 anni. Le pene maggiori, 9 anni e 6 mesi di reclusione e senza la concessione delle attenuanti, sono state avanzate per Vittorio Fanfani, 93 anni e Manlio Lippi, 90 anni, definiti dai pm padri per padroni per un decenio dell’Italcantieri. Ma non sono andati leggeri neppure per altri amministratori e dirigenti dell’ex Italcantieri: 7 anni e 3 mesi sono stati chiesti per Giorgio Tupini, 90 anni, ex presidente di Italcantieri; 7 anni per Enrico Bocchini, 90 anni, già presidente del Consiglio di amministrazione; 6 anni e mezzo per Mario Abbona, responsabile aziendale della sicurezza al quale la pubblica accusa contesta il fatto che non essersi attivato per eliminare o ridurre il pericolo dell’amianto e di non aver informato a dovere i lavoratori dei rischi che correvano; 6 anni per Antonio Zappi, 77 anni; 5 anni e 4 mesi per Corrado Antonini, ex direttore generale; 4 anni e 4 mesi per Aldo La Gioia, 85 anni, responsabile della produzione; 3 anni e 6 mesi per Roberto Schivi, 74 anni, direttore generale del personale; 3 anni e 3 mesi per Cesare Casini,85 anni, vice direttore generale; 3 anni per Livio Minozzi, 67 anni, dirigente dell’ufficio personale; 2 anni e 4 mesi per Glauco Noulian, 89 anni, e Italo Massenti, 84 anni, il primo dirigente della sede centrale e il secondo responsabile del settore acquisti. Per altri sei dipendenti dell’Italcantieri i pubblici ministeri hanno chiesto l’assoluzione per non aver commesso il fatto perchè privi di alcun potere decisionale oppure perchè la loro permanenza ai vertici dell’Italcantieri è stata talmente breve da non poter imputare loro alcuna responsabilità della morte dei cantierini. Si tratta di Giancarlo Testa, Roberto Picci, Saverio Di Macco, Peppino Maffioli, Bernardo Vittorio Carratù, Marino Visintin e Mario Bilucaglia. Da assolvere perchè non aver commesso il fatto (in un paio di casi per intervenuta prescrizione) anche i rappresentanti delle ditte appaltanti: Amedeo Lia, Curzio Tossut, Carlo Viganò, Attilio Dall’Osso, Roy Rhode, Ronald Rhode, Mario Pagliani, Ervino Lenardon, Omero Blazei, Liana Colamaria, Lino Crevatin, Renzo Meneghin, Gino Caron, Gianni Poggi e Giorgio Vanni. Nella loro approfondita disanima dei fatti i pm hanno esanimato le cause di ogni decesso disponendo per alcuni pochi casi la prescrizione del reato perchè la morte è avvenuta prima del 1996. Infatti nei casi di omicidio colposo aggravato, come quello che si discute al tribunale goriziano, il reato si prescrive dopo 15 anni dal decesso. Ora la parola tocca ai rappesentanti di parte civile (oltre ai congiunti dei lavoratori morti, ci sono il Comune di Monfalcone, la Provincia,l’Associazione esposti all’amianto e la Fiom Cgil) e ai difensori degli imputati. Il giudice monocratico Matteo Trotta ha già fissato in calendario sette udienze: tre a marzo (13, 19 e 23) e quattro in aprile (13, 20, 23 e 24). La sentenza slitterà probabilmente a maggio perche bisogna mettere in conto anche eventuali repliche delle parti.

Maxi-processo per l’amianto, chieste condanne per 70 anni

Verso la sentenza in Tribunale a Gorizia il caso degli 85 lavoratori dei cantieri di Monfalcone morti a causa dell’asbestosi: per l’accusa le responsabilità vanno ascritte solo ai vertici dell’azienda

Secondo i pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi le responsabilità per le morti dei lavoratori dei cantieri di Monfalcone morti per asbestosi vanno addebitate ai soli vertici dell’ex Italcantieri Al termine di una requisitoria durata sei lunghe udienze al tribunale di Gorizia, i pm hanno sostenuto che responsabili degli 85 decessi avvenuti tra gli anni ’60 e ’80 tra i lavoratori del cantiere di Monfalcone sono i vertici dell’ex Italcantieri. Tredici le condanne richieste per complessivi 70 anni.

Le pene maggiori, 9 anni e 6 mesi di reclusione, sono state avanzate per Vittorio Fanfani e Manlio Lippi, per oltre un decennio ai vertici dell’Italcantieri. Assoluzione per non aver commesso il fatto è la richiesta avanzata per i responsabili della sicurezza all’interno del cantiere. Da assolvere per non aver commesso il fatto (o in alcuni casi per intervenuta prescrizione) anche i titolari delle ditte in subappalto.

La parola passa ora ai rappresentanti delle parti civili e ai difensori degli imputati. Il giudice moncoratico Trotta ha già fissato 7 udienze tra marzo e aprile. La sentenza potrebbe essere emessa tra la fine di aprile e i primi giorni di maggio.

dal Messaggero Veneto del 12 marzo 2013

Processo amianto, i pm chiedono condanne per 70 anni

I pubblici ministeri di Gorizia hanno avanzato 13 richieste nella requisitoria per le morti ai Cantieri navali di Monfalcone

GORIZIA. I pubblici ministeri di Gorizia, Luigi Leghissa e Valentina Bossi, hanno avanzato 13 richieste di condanna, per complessivi 70 anni di carcere, nella requisitoria del maxiprocesso per le morti da amianto ai Cantieri navali di Monfalcone (Gorizia).

L’accusa ha chiesto la condanna tra gli altri degli ex presidenti di Italcantieri Giorgio Tupini (sette anni e tre mesi) e Vittorio Fanfani (nove anni e sei mesi), dell’ex presidente del cda della società, Enrico Bocchini (sette anni) e dell’ex direttore generale Corrado Antonini (cinque anni e quattro mesi).

Per 25 dei 40 imputati, in prevalenza titolari e responsabili delle ditte che operavano in subappalto nei cantieri monfalconesi, i pm hanno richiesto l’assoluzione.

Il 13 marzo il processo riprenderà con le richieste delle parti civili e le arringhe delle difese. Si sono costituiti parte civile nel processo 55 gruppi di familiari dei deceduti, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, la Fiom Cgil, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e il Codacons.

da Quotidiano.sicurezza

Amianto, maxiprocesso Cantieri navali Monfalcone, 13 richieste di condanna

Processi

Gorizia, maxiprocesso amianto Cantieri navali Monfalcone.

Chieste 13 condanne.

GORIZIA – Maxiprocesso morti amianto Cantieri navali di Monfalcone. Ieri al termine della requisitoria i pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi hanno avanzato 13 richieste di condanna per un totale di 70 anni di carcere.

L’accusa ha richiesto la condanna tra gli altri per gli ex presidenti di Italcantieri, per lex presidente del Cds e l’ex direttore generale della società.  Per 25 dei 40 imputati chiesta l’assoluzione.

Domani 13 marzo le richieste delle parti civili (55 gruppi di familiari dei deceduti, Comune di Monfalcone, Provincia di Gorizia, Regione Friuli Venezia Giulia, INAIL, FIOM CGIL, Codacons e Associazione esposti amianto) e l’arringa delle difese.

da Il Piccolo del 11 marzo 2013

Processo amianto, la parola ai pm

Oggi in tribunale le richieste dell’accusa che potrebbero configurarsi in più di cent’anni complessivi

Dopo una requisitoria durata sei udienze, oggi i pubblici ministeri del maxiprocesso per l’amianto, che si celebra al Tribunale di Gorizia, avanzeranno le loro richieste di pena, nei confronti di 40 imputati, tra i quali gli ex vertici e dirigenti dell’allora Italcantieri. Si sono costituiti parte civile 55 gruppi di familiari dei deceduti, il Comune di Monfalcone, la Provincia, la Regione, la Fiom Cgil, l’Inail, l’Associazione esposti amianto e il Codacons.

Siamo dunque alle battute decisive del processo, apertosi nell’aprile del 2010. La richiesta di pena dei pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi potrebbe essere pesante e superare complessivamente i 100 anni di carcere. Per due imputati – Marino Visintin e Mario Bilucaglia, ex responsabili della sicurezza – si profila invece una richiesta di assoluzione perchè secondo la pubblica accusa non avrebbero avuto alcuna responsabilità nella vicenda.

Da mercoledì sarà la volta delle parti civili e poi delle difese, che occuperanno ancora diverse udienze. La sentenza affidata al presidente Matteo Trotta, potrebbe giungere entro la prima quindicina di aprile.

Sono questi gli ultimi “atti” di un processo durato tre anni e che ha visto sfilare oltre 400 tra testi e consulenti sia da parte dell’accusa che delle difese.

Un processo-pilota, il primo di queste dimensioni nella nostra regione e proprio per questo importante, poichè determinerà la portata di questo dramma, legato ai lavoratori che con l’amianto hanno lavorato e persino giocato, inconsapevoli allora delle conseguenze mortali alle quali poi sono andati incontro.

Un dramma, quello dell’eternit, che ha segnato pesantemente il territorio e le famiglie e per il quale si continua e si continuerà a morire.

L’accusa, con i Pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, ha sostenuto che i vertici dell’ex Italcantieri conoscevano la pericolosità della fibra e soprattutto non hanno informato i lavoratori che avrebbero saputo la verità «solo negli anni ’90». Un quadro definito «devastante», a fronte del quale, ha già avuto modo di sottolineare la Bossi, s’è riscontrato un’«imbarazzante assenza di memoria da parte dell’azienda».

Sul tappeto anche la «superficialità scientifica delle prime consulenze richieste dall’allora Italcantieri ad alcuni esperti», la situazione «insopportabile» denunciata anche dagli operai per la carenza degli impianti di aerazione, delle opere di pulizia «fatte senza alcuna forma di controllo», e la dispersione negli ambienti e in tutto il cantiere, anche a bordo delle navi, delle polveri di eternit. Tanto da far osservare al Pm che «nessuno era esente dalla respirazione dell’amianto». E, ancora, le misure di protezione, come le mascherine, che nessuno usava, nè era obbligato a farlo, mentre avrebbero quantomeno limitato i danni.

Il dato di fondo resta, dunque, la consapevolezza attorno al rischio-amianto tra gli anni ’60 e ’70. Un aspetto sul quale porrà attenzione anche la difesa, nel ritenere poco credibile che l’azienda avesse consapevolmente messo a rischio la salute dei propri lavoratori.(la.bo.)

 

da Il Gazzettino del 11 marzo 2013

Un processo a 41 imputati iniziato nell’aprile di tre anni fa

GORIZIA (27 aprile) – Ha preso il via ieri in tribunale a Gorizia, davanti al giudice monocratico Matteo Trotta, il maxi-processo che vede imputate 41 persone, tra ex dirigenti ed amministratori dell’ex Italcantieri (oggi Fincantieri) di Monfalcone (Gorizia) e responsabili delle ditte d’appalto.

L’ipotesi di reato è quella di omicidio colposo per la morte di 85 ex dipendenti dello stabilimento e delle aziende dell’indotto che sarebbero stati esposti alle fibre di amianto. L’udienza si è aperta con le eccezioni preliminari presentate dalla difesa, tutte respinte, cui ha fatto seguito il deposito da parte della pubblica accusa di una mole di 1.600 documenti derivati dal lungo lavoro di indagine. Nel procedimento si sono costituiti parte civile, oltre ai familiari della maggior parte delle vittime, l’Associazione esposti all’amianto di Monfalcone, il Comune di Monfalcone, la Provincia di Gorizia, la Regione Friuli Venezia Giulia, l’Inail e la Fiom-Cgil.

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