S.O.Č.A. Gorizia, 1924

Mi sono imbattuta in una storia inaspettata. Una storia che appena inziata già si spense, ma ugualmente significativa. Un tassello da aggiungere alla storia dell’anarchismo sloveno, così poco considerato alcuni decenni fa, e che oggi vive – come il movimento anarchico sloveno – una vera rinascita. Riprendo dal quaderno n.32 del 2008 del Goriški zbornik, annale del Goriški muzej di Nova Gorica. Pavel Medvešček, pittore ed etnologo sloveno, vi narra questa storia che aveva ascoltato da giovane, a metà degli anni cinquanta. A parlargliene fu Marko Lovišček, suo anziano parente, e poi Jože Boltar, classe 1887 e 1882, e altri testimoni, tutti del Goriziano, più precisamente della zona di Kanal ob Soči nella media valle dell’Isonzo.

Era il 1923 quando a Marko Loviščak nel piccolo villaggio di Dolenje Nekovo venne a far visita Blaž Ledeni. Di lui sappiamo poco. Ledeni (Il Ghiacciato) non era il suo cognome, l’appellativo l’aveva avuto per il lavoro del padre che a Gorizia trasportava e vendeva i blocchi di ghiaccio, come si faceva una volta. Dalle testimonianze, il suo cognome, ovvero quello del padre, era Cvetrežnik. Blaž era stato soldato nell’esercito austro-ungarico sul fronte dell’Isonzo e giù fino al Piave, ma mentre la maggior parte degli altri soldati, stuf della guerra e delusi, si era arresa all’esercito italiano, lui non era disposto ad accettare la sconfitta. I commiltoni lo descrivevano come un amico affidabile, un soldato ponderato, un patriota sloveno convinto. Riuscì ad arrivare fino a Gorizia. Più tardi raggiunse il padre che allora commerciava in legname, e ciò gli permetteva di spostarsi senza destare sospetti. Fu in quel periodo, era il 1923, che dopo aver cercato diverse soluzioni, maturò la sua idea politica e militare. Nell’autunno del 1924 Blaž Ledeni gli fece visita nuovamente e fu allora che gli presentò in dettaglio il programma d’azione, facendogli anche alcuni nomi di altri aderenti. L’organizzazione si sarebbe chiamata SOČA, il nome sloveno del fume Isonzo, ma che contemporaneamente era anche un acrostico: Slovenska Oborožena Ceta Anarhistov (Squadra Armata Slovena Anarchica/degli anarchici). Gli parlò di alcune persone della zona di Tolmino, pronte ad aderire, e di contatti oltre confine, in Jugoslavia, dove tra gli altri, a Lubiana, viveva un tipografo pronto a stampare il materiale di propaganda. Marko Loviščak rimase non poco interdetto. Degli anarchici sapeva poco, e anche quel poco riguardava l’accezione negativa del termine. Proprio perciò, prevedendolo, Ledeni gli portò un libro sull’argomento. Purtroppo non sappiamo di quale libro si trattasse. Loviščak sembrava avere non pochi dubbi anche sulla scelta della lotta armata. Per le ripercussioni che ciò avrebbe potuto avere sulla popolazione slovena, che sarebbe stata colpita sicuramente dalle rappresaglie italiane, e che spesso stava decidendo di emigrare per l’oppressione che già stava subendo. Il gruppo – cinque o sei persone – s’incontrò una prima volta in una piccola osteria di periferia della città di Gorizia. Era il giorno della fera di Sant’Andrea, patrono della città, e non avrebbero attirato l’attenzione. La fondazione dell’organizzazione clandestina era prevista per la primavera del 1925. Il gruppo si riunì nuovamente a Dolenje Nekovo una domenica di aprile. Dopo un appassionante discorso, Ledeni prese un libro, vi appoggiò la mano destra e pronunciò il suo giuramento: »Jaz, Ledeni, prisegam, da bom do konca svojega življenja zvest Soči.«, Io, Ledeni, giuro di rimanere fedele alla Soča fino alla fine della mia vita«. Poi giurarono tutti gli altri. Marko ofrì allora ad ognuno un bicchiere di vino, perché brindassero. Poi si sedettero e iniziarono la riunione. Uno di loro aveva preparato per l’organizzazione una cosa particolare – un alfabeto cifrato per le comunicazioni segrete. Il codice era stato costruito in base ad un libretto di preghiere, copia del quale fu distribuita ad ognuno dei presenti. Avrebbero potuto tenerlo anche in caso di arresto, senza destare sospetti, e avrebbero potuto così continuare a comunicare anche dal carcere.

Per il giuramento degli aderenti alla sua organizzazione, il libro scelto da Blaž Ledeni conteneva le poesie del poeta e sacerdote sloveno Simon Gregorčič, noto e molto amato tra gli sloveni del Goriziano e di tutto il Litorale, per la sua grande sensibilità nazionale e sociale. Era nato a Vrsno nel 1844 ed era morto a Gorizia, dove allora viveva, nel 1906.

Probabilmente era il luglio dello stesso 1925 quando Ledeni venne nuovamente a Dolenje Nekovo. Era inquieto, le cose non andavano nel verso sperato. Stava preparando un attentato ad un convoglio militare diretto in ferrovia al confine a Podbrdo, nei giorni del compleanno di Mussolini, ma l’esplosivo non era giunto per tempo. E poi Medvešček e gli altri non erano davvero disposti a partecipare all’azione. Pochi giorni più tardi Ledeni tornò da lui, aveva avuto uno scontro fsico con un funzionario fascista a Kanal (Canale) e cercava di arrivare a Gorizia evitando le strade principali. Lasciò da lui un piccolo pacco e proseguì il suo cammino. Fu l’ultima volta che i due si videro. Alcuni anni più tardi Loviščak ricevette una lettera di Ledeni dalla Francia. Gli raccontava di vivere a Marsiglia con una giovane anche lei slovena e che sarebbero partiti per l’Australia appena avrebbero risparmiato i soldi necessari. Unì alla lettera una struggente poesia sulla Tolminska, l’amata regione natale di Tolmino. Alla fine aggiunse, nel loro codice convenuto, questa frase: »Ne prav kmalu, a zmagali zagotovo bomo!« (Non proprio presto, ma di sicuro vinceremo!). Si firmò: Blasio Ledeny.

In quegli anni, prima della seconda guerra mondiale, Loviščak era già in contatto con socialisti e comunisti. E, leggendo la lettera, ora si sorprese a pensare: »Forse Ledeni era allora sulla giusta strada, solo che non aveva avuto abbastanza persone a condividere il suo pensiero«. Poco prima dello scoppio della guerra, Loviščak incontrò a Gorizia uno del gruppo, Jože Boltar, che gli raccontò di Ledeni. Aveva avuto sue notizie incontrando tempo prima uno zio di Ledeni, Martin, fratello, anzi fratellastro, del padre. Ledeni aveva combattuto in Spagna e venne gravemente ferito. Tornato a Marsiglia, la sua ragazza si prese cura di lui, ma le ferite erano troppo gravi e poco dopo morì. La sua ragazza, dal nome Zora, spedì allora al padre di Blaž a Gorizia un pacco. In una lettera comunicava la sua morte e nel pacco spediva il suo berretto di combattente di Spagna. Era stata la sua ultima volontà. La ragazza comunicava poi di aver intenzione di partire per raggiungere dei parenti in Australia. Il padre di Blaž Ledeni a quel tempo era già morto e Martin, lo zio di Blaž, portò alla sua tomba il berretto ricevuto, perché avesse almeno qualcosa del figlio.

Quel giorno Marko Loviščak, tornato a casa, cercò il pacchetto che Blaž gli aveva affidato tanti anni prima. Vi trovò due paia di calze di lana, due lettere che Ledeni aveva ricevuto poco prima, qualche conto del suo commercio di legname e una fotografa di Ledeni soldato nella prima guerra mondiale. Ma a renderlo felice fu il libro di poesie di Gregorčič sul quale tanti anni prima avevano giurato.

Ho parlato con Pavel Medvešček, l’autore del testo dal quale ho ripreso la storia, e purtroppo sembra che nulla si sia conservato, né un oggetto, né il libro e nemmeno qualche lettera. Solo i suoi appunti, presi da giovane parlando con i diretti testimoni.

Marta Ivašič, Trieste

da Germinal n. 122 p. 31

This entry was posted in Germinal, Gorizia, storia. Bookmark the permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *