Viviamo in un tempo in cui la ‘politica’ come delega rivela notevoli limiti e, sempre più profonda, aumenta la rottura con la gente, di cui la classe politica democratica dovrebbe peraltro fare gli interessi. Che fare?

Rendering del campus
Un progetto di rimodellamento degli edifici scolastici potrebbe diventare un’ottima occasione di dialogo e coinvolgimento dei cittadini per riflettere sulla città e sul mandamento, sulla nostra storia, sul nostro presente e sul nostro futuro. Non focalizziamoci sul prodotto, sull’opera pubblica di cui glorificarsi o anche semplicemente con cui lasciare un segno nella storia cittadina, ma partecipiamo tutti – attivamente – alla definizione degli spazi, alla creazione dei luoghi in cui investire non solo i soldi delle nostre tasse, ma anche le nostre energie e le nostre speranze. La vera costruzione di cui oggi abbiamo bisogno è quella di un tessuto sociale, un edificio forse non visibile con gli occhi ma che è di certo una struttura portante.
Non si tratta di pianificare un campus per cui non abbiamo le competenze.
Facciamo un passo indietro, analizziamo i bisogni e le risorse usando il buon senso, così come faremmo a casa nostra: gli edifici esistono già, sono sufficienti? Devono essere rimodernati? In quale direzione? Sembra ci sia bisogno di più spazio, nonstante nei prossimi 8 anni (=a progetto probabilmente appena ultimato) il calo demografico crescerà nella nostra Regione nella fascia 14-18 anni di un ulteriore 30%. A cosa è dovuto dunque il bisogno di ulteriori spazi? A un aumento del numero delle classi per il moltiplicarsi degli indirizzi? Bene, allora chiediamoci come si può risolvere l’organizzaazione dello spazio relativamente a questa nuova strutturazione della scuola. Viviamo o no in tempi di flessibilità, cambiamenti continui e veloci, in tempi in cui l’educazione non-formale (=al di fuori dell’aula scolastica) ha sempre più importanza?
Mi chiedo se abbiamo davvero bisogno di un campus o se rischiamo di costruire una cattedrale nel deserto – così come i tanti capannoni commerciali e industriali vuoti disseminati nella bisiacaria nonché alcuni edifici pubblici dismessi.
Per curiosità ho chiesto a zia Google/intelligenza artificiale cosa sia un campus scolastico e a quando risale. Ecco la risposta: «è un grande complesso unitario che riunisce in un’unica area verde o architettonica più edifici dedicati alla didattica, alla ricerca, allo sport e ai servizi per gli studenti… un luogo pensato per vivere la scuola non solo durante le ore di lezione, ma come centro di vita sociale e culturale». Wikipedia dice che risale alla metà del XVIII (Settecento) negli Stati Uniti, in Europa scuole e università erano integrate nel tessuto urbano, in Italia il modello campus è arrivato a partire dagli anni Settanta. Insomma non è particolarmente moderno, nè forse quello che ci serve.
Magari si può pensare a come mettere in rete e integrare ancora di più spazi già esistenti (accanto alle scuole, palestre comunali, area verde, spazio giovani, biblioteca, teatro, …) e semmai ampliarli sì con qualcosa di nuovo ma non eccessivo. Forse uno spazio per laboratori? utilizzabile anche in futuro, per esempio per formazioni professionali, per chi non potrà permettersi dopo la maturità di iscriversi all’università, collaborando così in modo efficace anche con gli enti di formazione.
Di sicuro escluderei un campus in via Grado, distruggendo uno dei pochi spazi naturali della città: gli studenti sarebbero indirettamente artefici della distruzione della natura, del loro stesso futuro. Oltre il danno anche la beffa.