Gorizia, il processo amianto rischia di dover ripartire da zero

La giustizia non passa nelle aule dei tribunali.

L’avevamo detto ieri sera alla presentazione del libro di Alberto Prunetti “Amianto una storia operaia” e la cosa si è dimostrata quasi profetica.

Oggi con una scusa pretestuosa la difesa dei dirigenti Fincantieri è riuscita a far prorogare ulteriormente la data della sentenza chiedendo anche la remissione del processo dal tribunale di Gorizia.
Noi saremo sempre accanto agli esposti amianto e alle loro famiglie e come abbiamo scritto nel volantino distribuito anche oggi: ni olvido ni perdono la lucha sigue!

da Il Piccolo

Gorizia, il processo amianto rischia di dover ripartire da zero

Il giudizio sulla morte di 85 cantierini di Monfalcone. Sollevata la questione di una presunta legittima suspicione per incompatibilità ambientale. Il vicesindaco Omar Greco: “Beffata l’aspettativa di giustizia di tanti cittadini”

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Rischia di dover ripartire da zero, e in altro Tribunale rispetto a quello di Gorizia, il primo maxi-processo per i cantierini di Monfalcone morti d’amianto (85 decessi, 45 imputati di omicidio colposo).

Nell’udienza al termine della quale era attesa la sentenza, uno dei difensori, Alessandro Cassiani, ha sollevato istanza di quella che un tempo si chiamava legittima suspicione. Ovvero, ha ritenuto che il clima in aula non garantisse la giusta serenità al giudice Matteo Trotta chiamato a emettere la sentenza.

Di qui il rinvio alla Cassazione disposto, dopo due ore di camera di consiglio, dello stesso Trotta.

Già fissata la nuova ultima udienza: il 23 luglio. Entro quella data sarà arrivato il parere della Cassazione. Se fosse accolta l’istanza del legale il processo ricomincerebbe dal principio. In caso contrario il 23 luglio si andrà a sentenza.

Attonite le tante vedove e i rappresentanti delle associazioni presenti in aula. Si sono sentiti dare, in pratica, la patente di persone potenzialmente in grado di porre in essere comportamenti intimidatori nei confronti delle parti impegnate nel processo.

Una beffa che si aggiunge all’attesa di giusitizia che si protrae almeno da cinque anni.

 


 

da Il Piccolo  mercoledì, 26 giugno 2013 – Pagina 16 – Gorizia-Monfalcone

Processo amianto a rischio trasferimento

Richiesta a sorpresa avanzata da uno dei difensori degli imputati. Il giudice Trotta affida la decisione alla Cassazione

GORIZIA Poteva essere la giornata della sentenza, quella che chiudeva un maxi-processo durato tre anni ed era attesa da centinaia di familiari di vittime dell’amianto. Imputate di omicidio colposo 35 persone tra i vertici dell’ex Italcantieri e i rappresentanti delle ditte appaltanti per la morte di 85 lavoratori dei cantieri. Invece ci si è trovati dinanzi a un nuovo rinvio deciso dal giudice Matteo Trotta dopo che l’avvocato Alessandro Cassiani – difensore di Giorgio Tupini – ha chiesto la rimessione del processo alla Corte di Cassazione per “legittima suspicione”. Un rinvio di un mese – la prossima udienza si terrà il 23 luglio – che ha comunque indispettito il pubblico presente, quasi tutti appartenenti all’Associazione esposti amianto. Il colpo di scena è avvenuto all’inizio dell’udienza. Prima che il giudice desse la parola al pubblico ministero per la replica, si è alzato l’avvocato Alessandro Cassiani per annunciare che stava depositando alla cancelleria penale la richiesta di rimessione del processo sostenendo che il tribunale non era nelle condizioni di pronunciare una sentenza in modo sereno ed equilibrato. E adduceva come motivo le pressioni esercitate in questi giorni, gli articoli dei giornali e la richiesta, poi respinta, del Procuratore capo della Repubblica di autorizzare riprese in video-conferenza tra l’aula del Tribunale e la sala conferenze dell’ospedale di San Polo anche per evitare problemi di ordine pubblico che sarebbero potuti sorgere dalla presenza di un numero consistente di persone. Persone considerate alla stregua di fomentatori di violenze o disordini. Ieri in tribunale a Gorizia nello spazio dedicato al pubblico c’erano si e no 50 persone, molto tranquille, come tranquille sono state le altre 91 udienze, celebrate per la stragrande maggioranza dinanzi a un pubblico che si contava sulle dita di una mano e caratterizzate anche dalle molteplici assenze dell’avvocato Cassiani che si è visto in aula praticamente solo durante la discussione. È stato lo stesso giudice Trotta ad ammettere ieri che le udienze si sono svolto fino ad ora “senza alcun tipo di problema” legato a gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo come prevede l’art. 45 del Codice di procedura penale. Contro la richiesta di Cassiani si sono espressi sia il pubblico ministero Valentina Bossi che gli avvocati che tutelano le parte civili, ma la decisione presa da Trotta, dopo 2 ore e 35 minuti di camera di consiglio, è stata sostanzialmente obbligata: secondo la giurisprudenza corrente dinanzi a una richiesta di rimessione, il giudice deve limitarsi a trasmetterla immediatamente alla Corte di Cassazione astenendosi dall’emettere la sentenza fino alla decisione che sarà presa dalla Suprema corte. Corte che deve esprimersi entro 30 giorni. Lo farà? Tutti se lo auspicano anche perché il giudice Trotta, come da lui stesso ricordato ieri, sta per lasciare il tribunale di Gorizia destinato a quello di Trieste. Ci sono poi ragioni di economia processuale che spingono a favore di una decisione in tempi brevi, cioè prima della pausa feriale. A dire il vero Trotta avrebbe potuto completare il processo e arrivare alla sentenza con il rischio poi che, se la Cassazione avesse annullato tutto, si sarebbe ripartiti da zero. Come si ripartirà da zero se la Suprema corte accoglierà la richiesta di Cassiani e trasferirà il processo in un’altra sede, fuori della regione, e con un altro giudice. Novantun udienze buttate a mare, più di 500 testimonianze inutilizzabili, il rischio incombente della prescrizione. Insomma una bella pagina di malagiustizia.

 

Il legittimo sospetto incombe sull’aula

L’AVVOCATO Cassiai La serenità di giudizio ai magistrati non viene garantita

GORIZIA Il maxi-processo per morti da amianto frena in dirittura d’arrivo sotto i colpi della “legittima suspicione”. Per l’avvocato Alessandro Cassiani del foro di Roma, legale di Giorgio Tupini, 92 anni, già presidente di Italcantieri, uno dei 35 imputati per la morte di 85 lavoratori dello stabilimento di Monfalcone, il “clima” che aleggia intorno ai giudici chiamati a decidere la sentenza è di forte tensione emotiva alla luce delle chiamate alla mobilitazione degli esposti all’amianto e della richiesta del Comitato provinciale per la sicurezza di “parare” possibili problemi di ordine pubblico. Tale quindi, secondo il legale, da non garantire ai giudici “serenità di giudizio”. Quindi processo da rifare in altra sede. L’istanza di Cassiani è stata il vero colpo di scena dell’udienza che si sarebbe dovuta concludere oggi con la sentenza di primo grado. Le repliche dei difensori di parte civile sono state univoche. «Questa è un’eccezione – ha commentato poi Rossella Genovese, legale della Fiom-Cgil, costituitasi parte civile nel processo – palesemente infondata nel merito, fuori termine, non giustificata da elementi formali. È chiaro l’intento di dilatare i tempi di un processo già a rischio di prescrizione». Parzialmente concorde Riccardo Cattarini, legale di due imputati: «Un prolungamento del processo si poteva evitare visto che ci sono tante persone in attesa di avere giustizia». Alcuni legali contestano l’estremo ritardo con cui è stata presentata l’istanza di “rimessione del processo” dall’avvocato Cassiani («Ci sono state 91 udienze: ci fosse stato davvero un clima di tensione, l’istanza doveva arrivare assai prima»). Altri legali rilevano come «in gran parte delle udienze l’aula del Tribunale sia rimasta praticamente vuota. Altrochè tensioni». L’avvocato Cassiani, dal canto suo, smentisce che il suo sia stato un colpo di scena o tantomeno “di coda”: «La nostra istanza – commenta – non è mossa da spirito ostruzionistico, piuttosto da puro scrupolo: si basa su documenti documentati che lasciano trasparire una situazione ambientale di tensione e mobilitazione attorno a questa sentenza. La decisione del presidente Trotta di affidare la decisione alla Suprema Corte era l’unica possibile, imposta dal Codice. E non mi si dica – ha concluso – che ho trascurato i risvolti sociali di questa vicenda: il compito del difensore è moralmente e professionalmente quello di tutelare il proprio assistito». Ma perchè questa carta sia stata giocata solo in extremis? Non è escluso che sia stata in qualche modo “ispirata” dalla richiesta – rigettata dal presidente del Tribunale Trotta – di effettuare in aula riprese video e trasmetterle nella sala conferenze dell’ospedale di San Polo, avanzata il 2 maggio scorso dal procuratore capo della Repubblica Caterina Ajello, adducendo proprio ragioni di ordine pubblico.(f.m.)

 

Disorientamento tra i familiari delle vittime

«La nostra rabbia diventa sempre più frustrazione». «È un tormento che sembra non finire mai»

wGORIZIA Attoniti, disorientati i familiari dei morti per amianto dopo aver appreso dell’istanza presentata dall’avvocato Cassiani e del rinvio del processo. «Eravamo convinti di portare a casa un risultato, di metterci una pietra sopra: speravamo che le vedove, e non solo loro, potessero finalmente avere giustizia. Così non è stato, questa decisione non è davvero una bella cosa», commenta con amarezza Renzo Tripodi, esposto all’amianto. «Una delusione che ti fa capire quanto devi combattere per arrivare alla verità: una verità che non deve essere interpretata come volontà di vendetta ma di giustizia», dicono Annamaria e Raffaella, rispettivamente moglie e figlia di Enzo Bottegaro, scomparso 17 anni fa «rapidamente e dolorosamente», ricordano. «La nostra rabbia diventa sempre più frustrazione» continuano. «Certo, la speranza è l’ultima a morire ma l’impressione è che noi siamo troppo deboli per combattere ancora. E l’inevitabile esasperazione vorrebbe farci smettere di lottare». «Speravo si arrivasse a una conclusione. Invece, è un tormento che non sembra voler finire», chiosa un’altra vedova, Raffaella. «Il problema – aggiunge – è che nel 2013 non solo non si conosce la pericolosità dell’amianto ma di amianto ce n’è ancora: sembra che non possiamo liberarcene. Ma ciò non sembra interessare: i morti son morti, morti, tuttavia, che non dovevano morire. Mio marito, 13 anni fa, mi è stato rubato dopo aver molto sofferto per quello che lui definiva “un fuoco dentro”». Qualche reazione di sorpresa è giunta già mentre Cassiani presentava l’istanza. «Non è una questione morale? Deve essere una questione morale!», vociferava qualcuno mentre prendeva sempre più corpo il colpo di scena. Poi, appunto stupite, disorientate, le reazioni non si sono fatte attendere. Ma, più che di parlare, sembrava che i parenti dei morti di amianto avessero voglia di piangere, di restarsene soli col loro dolore, lasciarlo decantare. Un dolore che se il tempo non è riuscito a spazzare via è stato spazzato via dalla giustizia e dalle sue pieghe. «In fondo, a questa giustizia siamo ormai abituati» è un altro commento, subito ripreso: «No, non ci si abitua mai». Evidentemente, quel fuoco brucia ancora dentro. A spegnerlo non sono riuscite nemmeno le lacrime versate dalle mogli e dai figli dei canterini.

 

In tre anni sono state celebrate 92 udienze con più di cinquecento testimoni

Quella di ieri era la 92.a udienza del maxi-processo per l’amianto iniziato il 24 aprile 2010 quando sono stati riuniti due filoni dell’inchiesta che nel 2008 era stata avocata dalla Procura generale di Trieste. Gli imputati all’origine erano 41, scesi a 35 per la morte nel frattempo di sei di loro. I testimoni ascoltati sono stati 538, di questi 453 indicati dai pubblici ministeri e 85 dalla difesa e parti civili; 19 i consulenti tecnici proposti dalle due parti. Gli avvocati dei 35 imputati sono 21, 11 i legali che tutelano le parti civili rappresentate da familiari delle vittime, enti istituzionali (Regione, Provincia, Comune di Monfalcone, Inail)e sodalizi (Associazione esposti amianto, Fiom Cgil, Codacons Fvg). Corposa la documentazione prodotta dai pm: 140 faldoni, qualcosa come 270mila fogli. Documentazione che è stata prodotta anche on line grazie a un pool di 10 persone costituito dai pm Luigi Leghissa e Valentina Bossi, 6 appartenenti alle forze dell’ordine, 2 dirigenti del servizio prevenzione e sicurezza dell’Ass.

 

 

dal Messaggero Veneto del 26 giugno 2013

Processo amianto, decide la Cassazione FOTO

Slitta l’attesa sentenza per le morti ai cantieri di Monfalcone. Il tribunale ammette l’istanza di legittima suspicione

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GORIZIA. Poteva essere la giornata della sentenza, quella che chiudeva un maxi-processo durato tre anni e che era attesa da centinaia di familiari di vittime dell’amianto. Imputati di omicidio colposo 35 persone tra vertici dell’ex Italcantieri e rappresentanti delle ditte appaltanti per la morte di 85 lavoratori dei cantieri.

Invece ci si è trovati dinanzi a un nuovo rinvio deciso dal giudice Matteo Trotta dopo che l’avvocato Alessandro Cassiani ha chiesto la rimessione del processo alla Corte di Cassazione per “legittima suspicione”. Un rinvio di un mese – la prossima udienza si terrà il 23 luglio – che ha comunque indispettito il pubblico presente, quasi tutti appartenenti all’Associazione esposti amianto.

Il colpo di scena è avvenuto all’inizio dell’udienza. Prima che il giudice desse la parola al pubblico ministero per la replica, si è alzato l’avvocato Alessandro Cassiani – difensore di Giorgio Tupini – per annunciare che stava depositando alla cancelleria penale la richiesta di rimessione del processo sostenendo che il tribunale non era nelle condizioni di pronunciare una sentenza in modo sereno ed equilibrato.

E adduceva come motivo le pressioni esercitate in questi giorni, gli articoli dei giornali e la richiesta, poi respinta, del Procuratore capo della Repubblica di autorizzare delle riprese in video-conferenza tra l’aula del Tribunale e la sala conferenze dell’ospedale di San Polo anche per evitare problemi di ordine pubblico che sarebbero potuti sorgere dalla presenza di un numero consistente di persone. Persone considerate alla stregua di fomentatori di violenze o disordini.

Ieri in tribunale a Gorizia nello spazio dedicato al pubblico c’erano si e no 50 persone, molto tranquille, come tranquille sono state le altre 91 udienze, celebrate per la stragrande maggioranza dinanzi a un pubblico che si contava sulle dita di una mano e caratterizzate anche dalle molteplici assenze dell’avvocato Cassiani che si è visto in aula praticamente solo durante la discussione.

È stato lo stesso giudice Trotta ad ammettere ieri che il processo si è svolto fino ad ora “senza alcun tipo di problema” legato a gravi situazioni locali tali da turbare lo svolgimento del processo come prevede l’art. 45 del Codice di procedura penale.

Contro la richiesta di Cassiani si sono espressi sia il pubblico ministero Valentina Bossi che gli avvocati che tutelano le parte civili, ma la decisione presa da Trotta, dopo 2 ore e 35 minuti di camera di consiglio, è stata sostanzialmente obbligata: secondo la giurisprudenza corrente dinanzi a una richiesta di rimessione, il giudice deve limitarsi a trasmetterla immediatamente alla Corte di Cassazione astenendosi dall’emettere la sentenza fino alla decisione che sarà presa dalla Suprema corte.

Corte che deve esprimersi entro 30 giorni. Lo farà? Tutti se lo auspicano anche perché il giudice Trotta, come da lui stesso ricordato ieri, sta per lasciare il tribunale di Gorizia destinato a quello di Trieste. Ci sono poi ragioni di economia processuale che spingono per una decisione in tempi brevi, cioè prima della pausa feriale.

A dire il vero Trotta avrebbe potuto completare il processo e arrivare alla sentenza con il rischio poi che, se la Cassazione avesse annullato tutto,si sarebbe ripartiti da zero. Come si ripartirà da zero se la Suprema corte accoglierà la richiesta di Cassiani e trasferirà il processo in un’altra sede, fuori della regione, e con un altro giudice. Novantun udienze buttate a mare, più di 500 testimonianze inutilizzabili, il rischio incombente della prescrizione. Insomma una bella pagina di malagiustizia.

 

 

Processo amianto ai cantieri altro rinvio. Parola alla Cassazione

La corte a Roma dovrà decidere sull’istanza di rimessione presentata da uno degli avvocati difensori di destinare il processo ad altra sede per legittima suspecione. La rabbia dei familiari delle vittime

GORIZIA. Processo per la morte nei cantieri di Monfalcone di 85 persone a causa dell’amianto. Dopo due ore di camera di consiglio il giudice del Tribunale di Gorizia Matteo Trotta ha disposto il rinvio dell’udienza finale al 23 luglio.

Nel frattempo la Cassazione dovrà esprimersi sull’istanza di rimessione presentata da uno degli avvocati difensori, Alessandro Cassiani, di destinare il processo ad altra sede per legittima suspicione, non ritenendo il clima per un giudizio sereno.

Attoniti alla lettura della decisione le tante vedove dei cantierini morti d’amianto che erano presenti, in silenzio, in aula. Per il vicesindaco Omar Greco “beffata ancora una volta la richiesta di giustizia di tanti monfalconesi”.

Al processo sono 39 (all’inizio erano 41 ma nelle more del processo due sono deceduti) gli imputati di omicidio colposo per la morte di 85 lavoratori dei cantieri di Monfalcone deceduti per malattie professionali legate all’esposizione all’amianto. La gran parte delle famiglie delle vittime costituitesi parte civile è uscita dal processo perché ha ottenuto il risarcimento-danni. Ma molti familiari, questa mattina, sono presenti in aula. Sino ad oggi nei tre anni di durata del processo si sono tenute 85 udienze, sentiti 538 testimoni, 19 i consulenti tecnici indicati dalle parti.

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