Dolorosa ci fu la partenza e il ritorno per molti non fu

 

di Tiziano Pizzamiglio


sia detto per inciso

ma sento che ho deciso

e che diserterò.

(Il disertore, Boris Vian)

Quest’anno, finalmente secondo qualcuno, alla cerimonia del 4 novembre presso il Sacrario di Redipuglia, ci saranno le scuole.

Il consigliere regionale Franco Brussa, da anni, lamentava l’assenza delle scolaresche alla cerimonia. Non so e nemmeno entro nel merito se veramente a Redipuglia l’esercizio della memoria si manifesti in modo rappresentativo di quell’orribile massacro di popoli che fu la Prima guerra mondiale, poi è vero che, molte persone, non necessariamente giovani, non sanno a che importanti eventi storici legare alcune date tipo il 24 maggio piuttosto che il 4 novembre o il 25 aprile o ancora il 20 settembre, ma non è questo il punto, almeno non in questo testo che altro non è che un semplice tentativo di estendere la memoria in modo che non si esaurisca in

partecipazioni forzate a rappresentazioni agiografiche celebrative di una carneficina da cui poi scaturirono tutti gli eventi che resero il “secolo breve” il tempo delle guerre mondiali e dei totalitarismi più feroci.

Estendere la memoria a ciò che è stato deliberatamente rimosso. Pochi sanno che in una zona tra Savogna d’Isonzo e la frazione di Rupa c’è anche un altro cimitero, rimosso non solo dalla memoria collettiva, ma anche dalla vegetazione spontanea del Carso che ne cancella qualsiasi segno dal paesaggio. Un cimitero ma anche un luogo di esecuzioni perché fu proprio qui che i Carabinieri del Regno, durante la Grande guerra, fucilarono circa 3000 ragazzi che si “macchiarono” del reato, gravissimo per il codice militare, di diserzione.

Per fortuna, la pubblicistica più recente ci permette di sapere chi furono questi disertori, ma non di assegnar ad ognuno di questi tremila giovani soldati un’identità, tutti figli di qualcuno e qualcuno già padre che non riuscirono a condividere la necessità di uccidere loro simili o perché incorsero nel più umano dei sentimenti: la paura. Questo cimitero dovrebbe trovarsi in un punto, davvero inaccessibile, laddove il Vipacco affluisce nell’Isonzo, un declivio carsico così pieno zeppo di zecche ed ortiche da far sembrare che i comandi militari dell’epoca le abbiano lasciate li apposta per nasconderle alla vista ma anche per aggredire l’improbabile visitatore del cimitero che non si vede. Ormai anche gli anziani che conservavano la memoria di tutto ciò non ci sono più. Sarebbe troppo chiedere che le istituzioni, sempre pronte a parlare di pace in modo retorico quando addirittura a vanvera, avviassero delle banali ricerche d’archivio per capire se in quel pezzo di Carso cinto dal Vipacco e dall’Isonzo effettivamente riposano le salme di tremila giovani soldati colpevoli solo di aver rifiutato, emotivamente o razionalmente, l’orrore in cui furono costretti ad immergersi? Questo sì che sarebbe un luogo dove la memoria potrebbe ritrovare le migliori condizioni possibili per spiegare ciò che realmente successe, al netto di ogni mistificazione e di ogni antistorica pratica agiografica celebrativa di quella che fu, prima di ogni altra cosa, un’immane carneficina.

MT – Monfalcone Territorio n° 6, dicembre 2010

[per gentile concessione dell’autore e di MT]
 

 
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 Bibliografia:

  • Günther Schatzdorfer Trieste, Gaffi Editore, Roma, pag. 58
  • Cesare De Simone L’Isonzo mormorava. Fanti e generali a Caporetto, Mursia, 1995
  • Enzo Forcella, Alberto Monticone Plotone d’esecuzione. I processi della prima guerra mondiale, Laterza, Bari, 1968
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