Il festival Geografie di Monfalcone si presenta, sin dalla sua nascita nel 2019, come un dispositivo culturale che vorrebbe “indagare i cambiamenti globali e le identità locali”, offrendo una pluralità di voci, incontri e narrazioni sul mondo contemporaneo. Nelle sue diverse edizioni, ha avuto come parole d'ordine: “rotte del vivere”, “mappe del nostro tempo”, “confini”, “identità in evoluzione”, con l'ambizione di costruire un “osservatorio” sul presente.
Eppure, proprio questa apparente apertura globale rivela una contraddizione strutturale. Il mondo evocato da Geografie è un mondo selezionato, filtrato, addomesticato. Gli ospiti, i temi, le traiettorie culturali restituiscono un panorama che privilegia figure mediatiche, opinionisti, narratori già integrati nel circuito editoriale dominante, conservatore e reazionario. Le “geografie” proposte sono spesso interiori, simboliche, psicologiche, oppure declinate in chiave divulgativa e spettacolare, mentre risultano sistematicamente marginalizzate le geografie materiali del lavoro, della migrazione e dello sfruttamento.
In questo senso, il caso più evidente è l’assenza totale — in tutte le edizioni — di uno spazio dedicato al Bangladesh. Una rimozione che appare tanto più significativa se rapportata alla realtà sociale di Monfalcone, città-fabbrica globalizzata, segnata dalla presenza di una vasta comunità bengalese legata al lavoro cantieristico. Il Bangladesh non è una periferia astratta del mondo: è una presenza concreta, quotidiana, strutturale. Eppure non entra nel discorso del festival. Non diventa narrazione, non diventa tema, non diventa interlocutore.
Questa rimozione non è casuale. È, piuttosto, coerente con ciò che Mark Fisher ha descritto come la capacità del capitalismo culturale di assorbire e neutralizzare il conflitto, trasformando ogni contenuto in superficie consumabile. In questa prospettiva, Geografie funziona come una macchina di produzione simbolica che moltiplica le rappresentazioni del mondo evitando accuratamente i suoi punti di attrito reale. Il globale viene evocato, ma non interrogato; la complessità viene estetizzata, ma non politicizzata.
A rafforzare questa dinamica è il ruolo della Fondazione Pordenonelegge, che cura e organizza il festival. Il modello culturale sviluppato attorno a Pordenonelegge ha infatti progressivamente trasformato la letteratura in un evento, in un format replicabile, in un prodotto turistico-culturale capace di generare flussi, presenze e visibilità. Non è un caso che anche Geografie venga esplicitamente valorizzato come strumento di attrazione e crescita del territorio, con presunte ricadute sul comparto commerciale e turistico.
Dentro questo paradigma, la cultura smette di essere uno spazio di conflitto e diventa un dispositivo di valorizzazione economica. Il sapere si organizza in palinsesti, gli autori in cartelloni, i contenuti in eventi. La stessa idea di “geografia” si svuota di materialità per diventare metafora flessibile, adattabile a qualsiasi esigenza comunicativa.
In questo quadro si inserisce anche una questione più ampia e controversa: il rapporto con figure marginali e radicali della cultura regionale, come Federico Tavan. La loro eventuale “integrazione” nei circuiti istituzionali si configura come una forma di appropriazione simbolica, in cui ciò che nasce come voce eccentrica, irriducibile e non allineata viene riassorbito in un racconto compatibile con le logiche della promozione culturale.
Il risultato è un paradosso: un festival che parla continuamente di mondo ma evita il proprio contesto più prossimo; che evoca le rotte globali ma ignora le rotte migratorie che attraversano la città; che moltiplica le mappe ma cancella i territori scomodi: una geografia senza conflitto, fuori dalla vita vera.
Se si assume fino in fondo la lezione di Fisher, il problema non è ciò che Geografie dice, ma ciò che rende impossibile dire. Non è l’assenza di contenuti, ma la selezione invisibile che li determina. Ed è proprio in questa selezione che si rivela la natura profondamente politica — e al tempo stesso depoliticizzante — del festival.
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