GLI ANARCHICI E LE FOIBE

Considerazioni a partire da un articolo di Umanità Nova del 1947

Ogni anno, attorno alla "Giornata del Ricordo", ci viene raccontato che sulle foibe sarebbe calato per decenni un silenzio colpevole. Ma questa narrazione non regge alla prova dei fatti.

Già nel 1947, a pochissimo tempo dalla fine della guerra, il settimanale anarchico "Umanità Nova" affrontava apertamente il tema, mostrando una lucidità che oggi manca spesso nel dibattito pubblico. Nell’articolo dedicato a un episodio avvenuto nei pressi di Trieste, il giornale non nega l’orrore delle uccisioni né il dolore delle vittime. Al contrario, ne riconosce la gravità, ma rifiuta consapevolmente l’operazione politica che la stampa nazionalista tentava – e tenta ancora – di costruire attorno a quei fatti.

"Umanità Nova" smonta fin da subito il meccanismo centrale della narrazione vittimaria: l’estensione arbitraria di singoli crimini all’intero “popolo slavo”, utile solo ad alimentare odio nazionale e risentimento etnico. Denuncia l’uso strumentale delle foibe come “esca” propagandistica, buona per rimuovere il contesto, cancellare le responsabilità del fascismo e presentare gli italiani esclusivamente come vittime innocenti della storia.

L’articolo insiste su un punto che oggi viene sistematicamente rimosso: i fatti vanno inquadrati nelle condizioni storiche, sociali e psicologiche in cui avvennero. Anni di guerra, occupazione, violenze sistematiche, disprezzo per la vita umana. Senza questo contesto, la memoria non è memoria, ma propaganda.

Altro che “verità taciuta”: il problema non è mai stato il silenzio, ma chi parlava e da dove. C’era chi, come gli anarchici, cercava già allora di distinguere tra dolore reale e uso politico del dolore. La Giornata del Ricordo, così come viene celebrata oggi, sceglie invece deliberatamente una memoria unilaterale, nazionalista, funzionale alla riabilitazione di un’identità italiana vittima per definizione e mai responsabile.

Recuperare testi come quello di "Umanità Nova" non serve a negare i morti, ma a negare la menzogna. Perché una memoria che rifiuta il contesto storico non è memoria: è una costruzione ideologica.


 

 

 

DA TRIESTE

FOIBE

Nel non lontano 1945, precisamente nella giornata del 23 di maggio, un gruppo di partigiani jugoslavi, per motivi non ancora ben noti, prelevò dalla loro abitazione due giovani italiani, li uccise e li gettò nella «Staerka Jama», una «foiba» sita nei dintorni di Padriciano, facendo poi crollare con esplosivi parte della parete, onde occultare definitivamente i cadaveri.
Poco tempo fa le salme sono state rinvenute ed identificate e i presunti colpevoli deferiti all'Assise di Trieste.
Questi i fatti di un dramma fosco e terribile, su cui si è polarizzata per motivi opposti l'attenzione della stampa nazionalista sia italiana che jugoslava. La prima, onde sfruttare maggiormente il risentimento degli italiani verso gli slavi, tende a dare un valore estensivo all'episodio in questione, estendendo a tutto il popolo slavo quelle che, in questo caso, sono soltanto manifestazioni del carattere criminale di alcuni individui, i quali furono spinti a ciò che fecero da motivi che, a quanto sembra dall'andamento e dalle risultanze del processo, esulano dall'ambito politico e rientrano invece in quello degli interessi puramente personali e privati. Il fatto, di cui trattiamo, serve inoltre da buona esca per richiamare alla memoria dei nazionalisti italiani altri fatti analoghi, in cui più vite furono soppresse per ragioni di ordine politico dalle popolazioni slave, quando queste poterono essere liberate dal dominio italiano. Fatti certamente dolorosi, ma che una stampa obiettiva ed onesta dovrebbe limitare, sia nello spazio che nel tempo. Inquadrandoli, inoltre, nelle situazioni particolari in cui avvennero, nelle condizioni psicologiche realmente anormali di quei tempi, determinate dall'abitudine al male ed al sangue contratta durante la guerra, e da quel generale disprezzo per la vita del nemico vinto, proprio di un qualsiasi soldato che giunga in terra straniera come occupatore (le varie occupazioni tedesche, italiane, inglesi, francesi, russe ecc. insegnino colle loro esperienze).
D'altra parte la stampa nazionalista slava prende lo spunto da questo processo per rinfocolare antiche passioni, odi e rancori atavici della gente slava nei riguardi di quella italiana: riconosce il fatto delle «foibe» e, per contrapposto, pubblica una lunga serie di documentari scritti e fotografici di atrocità commesse dagli italiani in Jugoslavia.
Simili a iene affamate, i giornali delle due parti si gettano su quanto vien messo in luce da un processo pieno di colpi di scena drammatici, che vengono sfruttati da cronisti incoscienti con un sadismo criminoso, all'unico fine di gettare ancora più odio tra questi due popoli, di approfondire ancora di più il baratro aperto tra di essi. E le penne intinte nell'odio morboso del nazionalismo sia italiano che slavo, lavorano egregiamente allo scopo, dimentiche nella loro cecità di risalire alla causa infame di questo e di altri misfatti consimili. Nessuno di coloro che scrivono condannano le varie «foibe », i vari Katin, Lidice, Dakau, Buchenwald ecc… pensa di condannare il motivo primo di tali stragi, significative di un progressivo imbestiamento dell'umanità: LA GUERRA! Eppure dovrebbe essere chiaro a chiunque che non si può assolutamente pretendere che agiscano umanamente quegli stessi uomini che nelle caserme furono educati all'omicidio freddamente consumato, quando per caso si trovino nella necessità di applicare sul terreno pratico della guerra e dell'imposizione quegli insegnamenti che furono loro impartiti in tempo di pace. Ed allora. succedono gli orrori delle foibe, di Katin, di Buchenwald e di tanti altri eccidi, compresi quelli «eroici» sui campi di battaglia che si trovano sullo stesso piano dei primi, eccidi che furono consumati con la stessa freddezza colla quale ad essi vennero educati gli animi dei giovani soldati.
Nessuno pensa a condannare la causa di simili orrori, o perché la ignora, o perché gli è molto più conveniente non farlo. E così la commedia continua, accanendosi su fatti ed episodi isolati, che, se hanno valore in se stessi, ne avrebbero uno maggiore, se fossero collegati al conflitto armato, se lo condannassero in nome di una superiore umanità e civiltà.
G. B.

“Umanità Nova”, 22 giugno 1947, a. XXVII, n. 25, p. 2.

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